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Ultime da Quinta di Copertina, Spindoc e Coreingrapho

22/02/2010

Sanremo sui socialcosi. Su DNnews di oggi

di Antonio Sofi, alle 17:52

Perché Sanremo è Sanremo pure sui socialcosi”. Così recita il sottotitolo di “Sanremolo”, uno dei molti gruppi di discussione online nati intorno al festival canoro. Perché Sanremo non è solo un festival. È innanzitutto un evento mediale come pochi ne sono rimasti nell’epoca dei video (e della musica) on-demand. Televisione allo stato puro – il cui successo è stato amplificato, in questa edizione, dalla conduzione nazionalpopolare della Clerici: un pizzico di paillettes e tagliatelle, una spruzzatina di polemica e il successo è servito. La natura intrinsecamente televisiva del festival ha da sempre stimolato la nascita di gruppi d’ascolto “popolari”: gruppi di amici che si riuniscono a casa di uno di loro e commentano la diretta.

Da alcuni anni questo fenomeno si è spostato sul web. Sui social network. Con una differenza importante. Se le cose dette nei gruppi d’ascolto vecchia maniera rimangono nel privato, le cose scritte su internet possono essere lette da tutti. E tutti possono commentare e partecipare. È un fenomeno parallelo alla crescita dei social network. Migliaia di persone hanno di fatto commentato online le serate in diretta dall’Ariston con status di tutti i generi: dai vestiti alle acconciature, dalle canzoni alle scelte registiche.

Internet è di fatto diventato un enorme divano a migliaia di piazze, in cui tutti hanno potuto sedersi accanto a tutti: al vicino di blog o all’amico dell’amico di Facebook che faceva lo spiritoso e qualcuna l’azzeccava. Alla fine le canzoni diventano un pretesto per scambiarsi opinioni sul mondo. E lo show ipercommentato perde un po’ la sua sacralità. Colpa di internet. E forse anche colpa di anni di televisione in cui l’audience parla ed è parte integrante dello spettacolo: partecipa, polemizza, fa voci dal loggione, interviene, tifa. Il pubblico di “Amici”, vociante e televotante, si ibrida con la logica dell’utente dei social network, che in fondo non fa altro che rispondere a tutti quegli strumenti che si affannano ogni volta a chiedere “Cosa stai pensando?”, “Cosa stai facendo?”.

E loro, se stanno vedendo il Festival e non gli piace, lo dicono. Con un effetto domino di ritorno: perché c’è chi magari accende il computer, si incuriosisce e poi accende la televisione – un po’ per partecipare alla chiacchierata collettiva e un po’ nel timore di perdersi qualcosa di cui i colleghi parleranno l’indomani davanti alla macchinetta del caffé.

Il risultato è un vocìo continuo e rumoroso intorno all’Ariston e a chiunque passasse dal palco: forche caudine digitali e implacabili. Dall’autore Luca Bottura, la cui battuta rimbalza veloce di profilo in profilo: “Dopo 64 anni, i Savoia traditi nuovamente dalle giurie popolari” alle battute sui laghi della canzone vincitrice, che vanno da “Every lake you take”, ogni lago che hai preso (con buona pace dei doppi sensi e della canzone dei Police) ad una fan page su Facebook dal titolo “Bonifichiamo i laghi in cui Valerio Scanu ha fatto l’amore”, con più di 3000 fan che si propongono volontari.

Sanremo è infine un simbolo. Della canzone italiana, ma non solo. Un simbolo inattaccabile e inavvicinabile. Ed ecco che il web, come in casi analoghi, funziona anche come canale per manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Per fare una pernacchia liberatoria, e dire che il re è nudo. Tra le canzoni più bersagliate, quella di Pupo, Filiberto e Canonici. Da segnalare per creatività il generatore automatico di Metilparaben, dove basta ricaricare la pagina per avere una nuova versione del testo: “Io credo nella mia mistura / e nella mia balneazione / per questo io non ho paura / di far merenda col torrone”.

[da Dnews, 22 febbraio 2010]

19/02/2010

Paese? Reale? Cronachette minime da Sanremo.

di Antonio Sofi, alle 18:50

[Non so nemmeno io come sono finito a Sanremo. Ho colto al volo l'invito di Diego, che si stava muovendo rivierasco a raccontar con la telecamera l'evento nazionalpopolare per eccellenza, e ho scelto di staccare un paio di giorni da una cosa politica cui sto lavorando da un po' di tempo - e ogni volta mi dico di scriverne e ogni volta mi falla di farlo (lo farò presto). Ieri ho scritto e scattato un po' di foto: un po' accorgendomi che sempre più o meno di politica si tratta - e a prescindere dal dopofestival pd. as]

Prima fermata. L’imbarazzo.

Ore 18.24. Dopo il concerto del Piotta
Ore 18.24. Dopo il concerto del Piotta
C’è il concerto del Piotta sul tetto scoperto di un autobus promozionale, davanti a 30 spettatori attirati da lattine gratis. Finito il concerto, sopra una macchina d’epoca salgono così, a freddo, alle 18.24 di un pomeriggio tiepido, in una piazza di sanremo antistante all’Ariston, due cubiste spaesate e le note di una musica disco (foto a lato, clicca per ingrandire). Le vecchine sedute a prescindere sui muretti si trovano in un attimo e senza preavviso una doppia coppia di cosce che si dimenano a un metro di distanza. Una bimba bellissima passa col padre, le guarda per 20 secondi con gli occhioni sgranati e poi dice, a voce alta ma come parlando tra sè “che brutto!”.

Seconda fermata. L’Ariston.

Ore 19.04. Davanti al Teatro Ariston
Ore 19.04. Davanti al teatro Ariston
Se la foto accanto fosse un video, in sottofondo si sentirebbe vario continuo urlettio giovane (foto a lato, clicca per ingrandire). Proprio davanti ai poliziotti e ai carabinieri impettiti e in par condicio a guardia feroce dell’ingresso del teatro, oggetto dell’interesse urlante è Massimo Ranieri intervistato da La Vita in Diretta – la vera tritatutto del festival (”Hanno sette inviati”, sibilava un giornalista Rai, “sette”).

Terza fermata. Pizzini

Ore 19.13. Davanti al pullman di Radio Norba, esce Malika
Ore 19.13. Davanti al pullman di Radio Norba, esce Malika
Malika è ospite di Radio Norba e del pullman marchiato Sapori di Puglia. Appena esce un gruppetto di bimbine armate di pizzini l’attornia e lei s’inginiocchia gentile – nel mentre un suo accompagnatore le copre il collo con un leggero foulard (della stessa trama delle scarpe).

Quarta fermata. Nel frattempo…

Ore 19.32. Nella sede del Pd. Accanto, per equo bilancio, c'è la foto di Moro
Ore 19.32. Nella sede del Pd. Accanto, per equo bilancio, c'è la foto di Moro
Nella sede del Pd c’è il poster di una nuova promessa in concorso.

Quinta fermata. Entree.

Ore 20.25. La passerella impellicciata
Ore 20.25. La passerella impellicciata
Il pubblico pagante deve obbligatoriamente fare la passerella per entrare, tra un centinaio di popolo che cerca il vippe scrutando le pellicce di provincia e gode quando qualcuno, sbalancato dagli sguardi laterali che son vento, inciampa sulle canaline tv. Straniante.

Sesta fermata. Alla ricerca dell’alternativa.

Ore 21.30. Il principe! Il principe!
Ore 21.30. Il principe! Il principe!
Gente che s’incontra durante la ricerca di un ristorante con tv e partita della Roma (invece del festival di Sanremo: ricercaimpossibile e fantozziana – come trovare un cineforum russo durante la finale dei mondiali). È il retro dell’Ariston, dove passano gli artisti. Gran strombazzo monarchico di macchine, il principe! Il principe! Ello s’appopola e s’agita, con fascia marchiana sul braccio, quindi s’infila in macchina (foto a lato, clicca per ingrandire). Si ferma dopo 5 metri, un trio di ragazza lo ferma e lo sfida a scendere dalla macchina per una foto. Il traffico si ferma e intanto dal posto di dietro uno dei suoi detta ad una del trio, telefonino in mano, il codice per salvarlo con il televoto.

Settima fermata. Cortocircuito

Ore 23.10. Cortocircuito
Ore 23.10. Cortocircuito
Diego che pianta telecamera addosso a Blob che pianta telecamera addosso a Giletti, in uno stallo mediale (foto a lato, clicca per ingrandire).

Ottava fermata. Dolce vita.

Ore 24.10. Corona e Belen
Ore 24.10. Corona e Belen
L’uscita dal ristorante di Corona e Belen, con conseguente inferno paparazzo e salita sulla porsche attorniato dar popolo che lo istiga: “Investili tutti!” (foto a lato, clicca per ingrandire).

31/01/2010

Antipodio

di Antonio Sofi, alle 15:15

11 minuti e rotti senza interruzione. E’ un video antipodale, questo video di Tolleranza Zoro andato in onda giovedì in seconda serata su Rai Tre.

Antipodale perché è un termine pretenzioso da prefattore di antologiche, e a me piacciono questi termini quando ci azzeccano. Questo è un video che va in continuazione al punto opposto rispetto a qualsiasi punto dato – e precedentemente filmato. E’ una specie di oscillazione pendolare – che sballotta solca e segna pensiero polvere e tempi con telecamera di Foucault: prova provata che la terra in fondo gira sempre e solo intorno a ciò che è racconto.

46esima puntata. Prima parte

Questo video è un racconto delle primarie pugliesi del Partito Democratico. Un racconto che ha il punto di caduta nella zona di margine tra giorno e notte, tra commozione e risata, tra togliere e levare, tra vuoto e pieno (e non solo di piazze), tra Boccia e Vendola – tra il suono profondo e costante del ti-tee pasquale (immaginato, aereo: piccolissimo s’infilava nel vento e nei microfoni) della processione di Nichi che andava a votare e il roco no-luogo del Califfo in trasferta.

Questo video è un video antipodale anche perché è il video opposto rispetto a qualsiasi video di Tolleranza Zoro finora dato. Ed è insieme anche una specie di ritorno al punto di partenza.

46esima puntata. Seconda parte

E’ intanto un video in trasferta – che esplora i territori e le logiche del reportage televisivo più tradizionale. E’ poi un ritorno alle origini, alle videocronache del Grande Fratello – quando dieci minuti (il limite che YouTube ancora oggi ha per i video) sembravano pochissimi. Poi Diego è stato “costretto” dai tempi televisivi a ridurre i suoi video a 5-6 minuti circa, facendo un’opera faticosa di sintesi forzata: ma utile, purificante. In fondo è sempre così: sono le costrizioni che generano – come dentifricio nel tubetto, ovvero per strizzatura – la creatività. E ora, lontano per una volta dal muro giallo, sono i tempi televisivi a piegarsi come giunco, soccombendo alla forza, un po’ anche inaspettata, di racconti più laschi e armoniosi.

L’immagine che ho avuto con questo video è il mantice della fisarmonica quando si riapre e prende aria nuova per suonare. Le braccia ora sono forti, e le dita hanno la tecnica giusta. Al netto dell’affetto sodale e dell’amicizia che nutro per Diego, ne vedremo delle belle.

21/01/2010

Sandwich digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica.

di Enrico Bianda, alle 19:29

Sandwich Digitale. La vita segreta dell'immagine fotograficaFino ad oggi non mi era capitato di leggere qualcosa di convincente sull’avvento e sulla diffusione universale delle fotocamere digitali. Adesso c’è, semplicemente. Non si tratta propriamente di un saggio, ma di una raccolta di impressioni personali, e insieme tentativo di sintesi di una pratica più che decennale, da parte di un fotografo che si chiama Paolo Rosselli. Ha pubblicato un libro intitolato “Sandwich Digitale. La vita segreta dell’immagine fotografica” con l’editore Quodlibet. La cosa mi ha incuriosito, per molti motivi, tra questi, ammetto, l’autorevolezza della casa editrice, che ha fatto si che partissi con il piede giusto.

Tokyo. Foto di Paolo Rosselli
Tokyo. Foto di Paolo Rosselli

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17/01/2010

L’ah-ha dell’ebook, degli errori e dell’anima di ANIMAls.

di Antonio Sofi, alle 16:58

E’ in edicola l’ottavo numero di ANIMAls. C’è in apertura, dopo la posta, un Vivès a colori, con una serie di vignette finalmente commestibili e il coautorato di Alexis De Raphelis. Poi uno Scòzzari alle prese con i tarocchi, tra cui un papa con gli occhi rossi, una suorina con svastica oculare, una giustizia freak, l’eremita che veglia sulla città e la morte che è senz’orbita e asettica: senza visione. Segnalo pure un bel viaggio in Italia di Alessandro Tota, le foto sfumate di guerra di Robert Marnika, un Bacilieri che quando va di microvignette spacca, 4 pagine di Mannelli, poi Bruno e A Geng. Di seguito il mio pezzo per la rubrica “Avatar Mundi”, scritto agli inizi di dicembre dopo aver giocato per qualche giorno con il Kindle appena arrivato, e visto che l’argomento non è passato di moda, anzi.

AH-HA!

di Antonio Sofi

«I libri non spariranno mai perché non si può rinunciare all’odore della carta». Se stai facendo sìssì con la testa non leggere il prossimo virgolettato, che come il primo è opera di Duccio Battistrada e che di fatto laserizza la parte più facilona del recente dibattito “carta sì carta no” (non si parla di tressette ma di ebook): «Del resto anche i profumi ci sono da sempre perché alla gente piace leggerli». Già. Bella trama questo Chanel n° 5. Ora capisco cosa ci trovava Arthur Miller in quella.

In tempi in cui il cambiamento è una gigantesca onda che ci passa tecnologica sopra la testa farci coraggio sniffando la colla psicotropa della rilegatura non aiuterà molto. Né ci renderà meno ridicoli, tutti bagnati. Rubo al mio amico Michele una battuta, qualcuno all’epoca delle prime buffe carrozze motorizzate l’avrà di certo pronunciata: «Andare in automobile? Ma io amo l’odore della merda di cavallo!». Oggi, che effetto fa?

L’afrore della cellulosa. Ma ha davvero senso vagheggiare l’olfatto che fu – dei cinque sensi il più friabile, emotivo, imbroglione: la gonnella dei nostri ricordi? Jeff Bezos, capo di Amazon e produttore di quel Kindle che sta stracciando i mercati di tutto il mondo, è intervenuto sull’argomento: «Abbiamo fatto delle ricerche. L’odore dei libri è un misto di colla, muffa e inchiostro. Non credo che nessuno di noi possa dire di amare la muffa o la colla. Più semplicemente associamo questi odori, che di per sé non ci dicono niente, ad anni di lettura». Tra 50 anni inventeranno l’Air Book, con le lettere fatte di particelle di idrogeno, da nebulizzare – e i nostri figli si lamenteranno su quanto era buono l’odore della plastica e dello schermo retroilluminato.

E non è solo questione di olfatto. Il fronte di resistenza prevede anche l’argomento «Mi piace sentire la consistenza della carta tra le dita». Un po’ meno numerosi, i tattofili: forse memori di pagine taglienti che incidono carne e polpastrelli – invece che cuore e ricordo. E c’è anche chi evoca la capacità che hanno i libri cartacei di riempire lo spazio fisico degli scaffali. Un punto a loro favore: vedo già le fila di povere librerie HENSVIK abbandonate sull’autostrada.

Svicolo dai dettagli tecnologici. Svicolo dalla considerazione che il libro è più il suo contenuto che il suo contenitore. Aggiungo la questione degli errori. Ne scrive Anthony Gottlieb su Intelligent Life Magazine. Gottlieb dice che gli errori sono ineliminabili, in ogni tipo di comunicazione. Tutto è zuppo di errori. Ops, zeppo. Ma quelli cartacei sono più perniciosi. Siamo ancora figli dell’idea che se una cosa è nero su bianco è vera. Verificata. (Ecco anche perché gli errata corrige non se li fila nessuno: perché destabilizzano – come da bimbi sentire i propri genitori ammettere di aver sbagliato). Aggiungi pure questo alle colpe di Gutemberg.

Il problema degli errori riguarda quotidiani e riviste (ricerche hanno dimostrato che almeno la metà delle pagine hanno un errore di qualche tipo: dai refusi agli sfondoni concettuali). E riguarda i libri. Ora. Se gli ebook sfondano, una ipotesi al vaglio è che le varie versioni rivedute e corrette di un testo verranno via via automaticamente sostituite. Tecnicamente non è un problema. Ma senza gli errori degli altri – senza poter fare ah-ha puntando il dito come fa l’amichetto di Bart Simpson quando qualcuno inciampa – quand’è che diventeremo adulti? Ah-ha!

15/01/2010

Viande. La natura sovraesposta.

di Massimo Di Terlizzi, alle 08:49

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo che un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna durato 40 giorni. Questa è la sesta e ultima puntata - c'è anche la prima notturna, la seconda fredda e bollente, la terza di persone capodanne, la quarta naturale senza sforzo, la quinta di notte flessibile. Alla prossima]

Pinguino di Magellano

E’ una natura buffa, meravigliosa, eccessiva – è come fosse sovraesposta. Genera insieme tenerezza e euforia: un divertito spettacolo.

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11/01/2010

I siti so’ piezz’e Core

di Antonio Sofi, alle 00:15

La vignetta di Makkox per il genetliaco di Coreingrapho
La vignetta di Makkox per il genetliaco di Coreingrapho

Il nove gennaio dello scorso anno insieme a Marco Dambrosio e altri amici abbiamo aperto Coreingrapho, che è un sito di fumetti un po’ particolare: scrollante, sperimentale, agonista.

Tra i “figlioletti” web cui sono più o meno colluso, Core è quello cui sono più affezionato.

Su Coreingrapho ho pubblicato un pezzo che prova a fare il punto sul giro di boa: tra le altre cose 25 autori, più di 100 fumetti pubblicati, 3700 commenti – che poi son la parte per molti versi più bella.

23/12/2009

Ebook fotografico dall’India. Lo sguardo ondavè, a mezz’aria.

di Antonio Sofi, alle 16:43

E’ il Natale dei libri elettronici – e questa cosa non mi può che far felice.
(Ovviamente più per la parola “libri” che per quella “elettronici” – considerazione che è un po’ la figlioccia un po’ bastarda e retroversa di quel consiglio ormai proverbiale sul giornalismo e i newspaper che verranno: che vorrebbe una maggiore attenzione alla parola “news” più che a quella “paper”).

E sono appunto contento che siamo dentro l’onda di piccoli grandi editori come Simplicissimus (prima di altri sul pezzo) e Apogeo che stanno investendo su e di amici che hanno avuto la stessa idea e stanno pubblicando in queste ore ebook-strenne, ciccia per letture vacanziere: dal PslA di cui abbiamo scritto all’astronomico Keplero, dalle frasi storiche di Buoso al neodistruzionista Eio.

Ondavè, ebook fotografico su India e dintorni

Ondave, di Bianda e Ladu Qui accanto c’è l’ebook che abbiamo pensato con Enrico Bianda, storico socio – come strenna natalizia per i lettori di Webgol e come primo di una serie dedicata ad altri simili racconti che hanno trovato spazio in questi anni (sono quasi sette) di vita del blog che state leggendo.

Qui accanto, scaricabile in pdf (in mancanza di meglio, decentemente visualizzato sia su ebook reader che su smartphone) c’è Ondavè – racconto fotografico su India e dintorni.

SCARICA: PDF, 4,2 mega circa.

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Prefazione

Di seguito la mia perdibile prefazione (giusto perché mi diverte il genere)

Questo non è un libro sull’India.
La divinazione ieromantica di un paese che è la pancia del mondo, che esibisce pornografico viscere retroverse (morbide dentro, ruvide fuori), è una scelta rischiosa – più o meno quanto quella di calzare gli infradito tra le strade di Calcutta.
Questo non è nemmeno un libro su chi vive in India.
Nelle pagine che seguono le persone scorrono veloci come comparse dietro il finestrino sgangherato degli Apecar, dentro città mantici dal respiro affannoso.
Questo è un libro che non sta nell’alto di cieli macro-economici (da cui tutto è inevitabile formicaio) né rasoterra, dall’inutilissimo basso del coinvolgimento indulgente e amuchino.
Se devo dire, tra le tante cose, cosa davvero mi è piaciuto delle pagine che seguono, scritte da Enrico Bianda e fotografate da Manuela Ladu, è proprio questo sguardo a mezz’aria, uno sguardo ondavè: on the way – in cammino. In equilibrio fromboliere tra il ricordo lattiginoso e non sequenziale dei risvegli post-sbronza e la potenza impietosa e senza scampo delle immagini.

21/12/2009

All’anima di ANIMAls /7. Pensa a Facebook il giorno di Natale

di Antonio Sofi, alle 10:44

La copertina (di Gipi) dell'ultimo numero di Animals
La copertina (di Gipi) dell'ultimo numero di Animals
Ho saltato la recensione di un numero, nemmeno ricordo perché. Ma riprendo a tener traccia con questo dicembrino – e parlo ovviamente dell’ultimo numero di ANIMAls in edicola, rivista eccetera eccetera curata con indefesso amor da Laura Scarpa e i tipi di Coniglio Editore.

Nel numero 7 animalesco, dal sapore vagamente natalizio, c’è la vox populi e i risultati del questionario sui lettori: tre pagine di dati su anagrafica e desideri (sarebbe un bel titolo di rubrica) di chi legge la rivista. Subito dopo (dopo un retrospettiva sui disegni di Fellini) una lunga storia del fumettaro più votato e apprezzato secondo il questionario stesso: Gipi. Sette pagine di una storia acquarellata verde alogena e notturna, disegnata bene e intitolata 2012 (peraltro seguita da una intervista a lui di persona personalmente su uno spettacolo teatrale ipreso dal suo “S.”). Poi c’è Blutch e Fabio Visintin con due storie di Natale. E poi il secondo tra i fumettari preferiti dai lettori: Makkox, con una storia intitolata “Doni”, una storia di ricordi e cene natalizie, di padri e di fratelli, di soldi e di tradizioni: una storia arcitaliana dallo sguardo basso e bimbo – pur se cresciuto. Poi c’è Trondheim, c’è una bella intervisa a Istvan Banyai, spettacolare copertinista del New Yorker, c’è Bacilieri e Mannelli, c’è Toffolo con Magnus e Pino Creanza. Poi il solito Vives.

Il Babbo Natale/Godzilla di Fabio Visentin
Il Babbo Natale/Godzilla di Fabio Visintin

Questo è invece il bellissimo Godzilla Natale di Fabio Visintin che è pure su Tumblr e che sta ad illustrar la rubrichetta mia, “Avatar Mundi”. Questo numero scrivo del Natale in salsa consumistica e della scomparsa delle ciaramelle, delle cartoline di auguri secolarizzate e del presepe brandizzato Hello Kitty. Ma un pensiero, ad un certo punto, voglio che anche qui risuoni, una intuizione, una orribile visione: “Questo sarà di fatto il primo Natale massicciamente 2.0. Pensa a Facebook il giorno di Natale. L’inferno. Roba da far rimpiangere gli sms degli anni scorsi, quelli standardizzati e senza firma mandati da numeri sconosciuti all’intera rubrica compreso te – quelli che ti interroghi sulla qualità delle tue conoscenze”

13/12/2009

Il Post sotto l’albero. L’unico vero immutabile rito del Natale in salsa blog

di Antonio Sofi, alle 22:26

Il PslA 2009. Clicca per scaricare chez Sir Squonk.
Il PslA 2009. Clicca per scaricare chez Sir Squonk.
Anche quest’anno il Sir s’è messo di buzzo buono e ha raccolto con santa pazienza i contributi eterogenei e divertiti di un centinaio di blogger di vecchia e nuova guardia: il Post sotto l’Albero (per gli amici PslA). Tra i pregi che Sergio scrive nel post di accompagnamento, ci metterei anche il brivido neoluddista della grafica immutata dal 2004. Applausi.

Il PslA è un regalo di regali, si fa il proprio e se ne ricevono molti altri in cambio: quando lo si riceve si sorride, si fa un inchino, gli si dà un’occhiata: a volte lo si legge, a volte no, a volte lo si ricicla e lo si fa avere al vicino noioso o all’amica con la quale si vuole fare bella figura. Il PslA ha una sola, vera, grande dote: è gratuito; e in tempi di crisi, buttala via.

07/12/2009

Viande. I frutti del cactus e la notte flessibile

di Massimo Di Terlizzi, alle 09:59

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo che un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna durato 40 giorni. Questa è la quinta puntata - c'è anche la prima notturna, la seconda, fredda e bollente, la terza di persone capodanne, la quarta naturale senza sforzo. as]

Frutto del Cactus, foto di Massimo Di Terlizzi
Frutto del Cactus, foto di Massimo Di Terlizzi

Viene raccolto la mattina prima dell’alba quando le spine sono piu morbide. Quando la notte le ha rese flessibili (di giorno invece, oltre una certa ora, pare sia impossibile raccoglierlo). Dentro è gelatinoso, ha semi come il kiwi, l’odore dell’aloe e viene servito con una spolverata di zucchero a velo.

[continua a leggere...]

01/12/2009

est Berlin /3. Fotoricordo

di Urri, alle 02:21

[Dopo le ostalgie di Enrico Bianda, le riflessioni di Urri, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno (tra tg stupiti e penne rosse), e le differenze di un unico popolo (ma diverso), un gioco di specchi di foto. Storie di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

«Perché non aggiungi qualche foto al post? Una foto di Berlino Est, qualcosa che ricordi il passato?». Infatti, perché no. Sfoglio le pagine degli album fotografici dell’epoca. Strano, però. Berlino Est non si vede. Non c’è. Nel senso che non c’è neanche una foto che mostri uno scorcio della città, un panorama architettonico o semplicemente gente in strada. Solo foto della famiglia e degli amici; in casa o in giardino; e poi feste, vacanze, mare. Il solito. Ma Berlino non c’è. E’ invisibile.

No, non era vietato fotografare la città – a parte proprio davanti al muro, ovviamente – ma andare in giro a scattare foto a Berlino Est non era neanche una cosa normalissima. Nel peggiore dei casi poteva essere visto come un atto sospetto, una critica o addirittura spionaggio.

Perché fotografa questo negozio?
Per mandare la foto a un quotidiano dell’Ovest e illustrare la pochezza della scelta possibile e gli scaffali mezzo vuoti?
E questa triste facciata grigia? Per caso vuole criticare la situazione economica del Paese?
Come mai una foto a questa piazza? Non starà mica elaborando un piano di fuga tramite un tunnel da scavare?

E così via. Sembra esagerato. E forse la scelta di non fotografare la città non era neanche una scelta consapevole. Ma una regola non detta che istintivamente tutti seguivano. Poi c’erano le storie. Storie in cui la realtà superava la fantasia – e diventava quasi un film.

Come per esempio quel giorno a metà degli anni ‘60 quando nell’ufficio di mio nonno si presentarono alcuni agenti della Stasi. Erano convinti che lui lavorasse per il Bundesnachrichtendienst: insomma che fosse una spia dei servizi segreti della Germania Ovest. Da quel giorno mio nonno è stato sotto controllo: per anni, di fronte alla casa, c’era una macchina con due agenti (che ogni tanto cambiavano). Mia madre se la ricorda bene. Lo seguivano ovunque, anche a piedi o sul treno. E sicuramente controllavano anche lettere e telefonate. Un giorno la macchina non c’era più. Forse smisero di controllare, probabilmente no. Ora mio nonno ne ride, prima non so.

Nelle foto di me bambina, ci sono io che gioco sulla spiaggia.

1981, Mar Baltico
1981, Mar Baltico

28/11/2009

I posti dalla parte del torto? Occupati, pure quelli.

di Antonio Sofi, alle 16:42

Mi trattengo a stento dal segnalarli tutti, i video di Tolleranza Zoro. Dal 42esimo, andato in onda ieri a Parla con Me e su YouTube in una long version, non posso esimermi.

Innanzitutto perché, per chi segue la saga dei molteplici cloni zoriani (autopupazzi utili a far racconto e dialogo), i tre rappresentanti delle mozioni congressuali del PD, ormai immemori feticci, decidono di fondersi di nuovo e simbolicamente in un solo corpo – una amalgama di dalemian-bersaniana memoria, ma anche l’unitarietà poco equipotente dell’insiemistica di Anita. Peraltro l’escamotage dello sdoppiamento (triplicamento, moltiplicazione) ormai funziona molto bene, come segno distintivo e risorsa narrativa, e ovviamente rimane.

E poi perché è un bel punto fermo sull’ultima settimana di politica più o meno intorno al PD – essendo questa ormai la mattonella da cui Diego, forse anche un po’ nolente, continua a tirare a canestro. E sulle difficoltà del Partito Democratico – molto più che settimanali – di agire e reagire e interagire con chi è più stronzo, anche a dir così degli altri (il riferimento è alla dichierazione di Fini sui comportamenti razzisti).

Come il gioco della sedia che si faceva da bambini – più che il Risiko che evoca Diego, e con una nuance brechtiana – a cercar continuamente nuovi posti da cui aver estemporanea ragione si finisce a trovarli tutti occupati (pure quelli dalla parte del torto).

25/11/2009

Viande. La natura è un pianeta lontano, una stanchezza senza sforzo.

di Massimo Di Terlizzi, alle 21:32

[Viande è un racconto per immagini via (le) Ande, e quasi viandante di Massimo Di Terlizzi, amico e fotografo che un anno fa è partito per il Sud America, un viaggio on the road e con mezzi di fortuna durato 40 giorni. Questa è la quarta puntata, dedicata al verde e al rosso di una natura che si fa pianeta lontano - c'è anche la prima notturna e la seconda, fredda e bollente, la terza di persone capodanne. as]

La Puna andina, altopiano. Foto di Massimo Di Terlizzi
La Puna andina, altopiano. Foto di Massimo Di Terlizzi

L’altopiano è il luogo infinito del vento che tutto muove e che modula la luce in modi sconcertanti. Si avverte un malessere per l’altezza eccessiva che è come una stanchezza senza sforzo, una spossatezza dolce e sonnolenta – sognante. (MDT)

Parco Nazionale Pan De Azuc. Foto di Massimo Di Terlizzi
Parco Nazionale Pan De Azuc. Foto di Massimo Di Terlizzi

23/11/2009

est Berlin /2. Nessuno è davvero un altro popolo.

di Urri, alle 23:38

[Dopo i racconti ostalgici di Enrico Bianda da Lipsia, le riflessioni di Urri, berlinese dell'Est che aveva dieci anni il giorno della caduta del muro. Dopo il racconto di quel giorno, tra tg stupiti e penne improvvisamente rosse, le differenze tra Est e Ovest - a partire dal giorno dopo. In 20 anni abbiamo un po' dimenticato le storie dalle esse minuscole – eppure dannatamente importanti – di chi lì c'era. E lì vuol dire: a portata di mano, viaggio e pensiero. E lì vuol dire: noialtri. as]

Insomma, come sono quelli dell’Est? Sono diversi da quelli dell’Ovest?
E quindi si capisce da dove uno viene? Beh, spesso sì. Un indizio facile è il dialetto, ovviamente. Si sente se uno viene dalla Sassonia o dalla Baviera. E dicono anche che quelli di Berlino Est parlano con un accento diverso da quelli di Berlino Ovest. Eppure non è questo il punto. Molti tedeschi sia dell’Est che dell’Ovest – e spesso anche quelli nati dopo il 1989 – sono convinti che ci siano differenze che vanno molto oltre.

Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri
Ein Volk, poster affisso per il ventennale. Foto di Urri

Per il ventennale della caduta del muro qualcuno ha creato questo poster che cita la famosa frase delle manifestazioni dell’autunno del 1989: Wir sind ein Volk. Ma è stata aggiunta una seconda frase con la quale il senso diventa il contrario: Noi siamo un popolo. Und ihr seid ein anderes. E voi siete un altro.

Nei primi anni dopo la caduta del muro, quando mi chiedevano da dove venivo, non era mai sufficiente rispondere “da Berlino” perché seguiva automaticamente la domanda “Est o Ovest?”. Una domanda a cui ho sempre risposto senza farmi problemi, senza alcun motivo né di esserne fiera né di vergognarmene. Naturalmente con gli anni la domanda si sentiva sempre meno. E non è che se uno mi diceva “Ciao, sono di Amburgo, e tu?” mi mettevo a puntualizzare “Ciao, sono di Berlino, però di quella parte lì, che 15 anni fa si chiamava Berlino Est, e ora sta ancora all’est ma forse si direbbe nordest, se parliamo dei punti cardinali”.

Fishes in Berlin, foto di Urri
Fishes in Berlin, foto di Urri

E però. Mi è successo tante volte – sia con amici tedeschi della Germania Ovest che con stranieri, spesso italiani – di menzionare casualmente di essere nata a Berlino Est, e di sentirmi rispondere “Ma dai, davvero? Non l’avrei mai detto, pensavo fossi dell’Ovest”. E io ci rimanevo sempre un po’ così, senza sapere bene cosa rispondere. Da una parte ero contenta perché era una specie di complimento, che voleva esprimere la sensazione che non ero diversa e che sembravo una di loro. Ma dall’altra parte quella reazione mi ha sempre un po’ offesa, proprio per il retropensiero che quelli dell’Est – insomma noialtri – saremmo diversi.

Superfluo dire che se poi chiedevo “Ma dai, davvero? E come mai?” nessuno riusciva mai a darmi una spiegazione soddisfacente. E che nessuno dei miei amici dell’Est mi ha mai detto “Ma tu sembri una dell’Ovest”. Ero e sono anche una di loro. E forse qualcuno, molto più straniero di me, mi potrebbe prendere per italiana. Forse è che nessuno è davvero un altro popolo.

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